La salita verso il cielo

Postato da luciano 10/04/2018 0 Commento(i)

 

A memoria d’uomo, oceani e montagne sono sempre esistiti, ma mentre i primi, sin dagli albori della civiltà, rappresentarono un forte richiamo verso l’ignoto e l’avventura, testimoniato anche da grandi opere dell’antichità come l’Odissea, le più alte vette coperte dai ghiacciai furono sempre considerate nemiche dell’uomo, spazi inospitali e spaventosi ma soprattutto inutili perché sterili, percorse tutto al più da cercatori di gemme o cacciatori di camosci. Che narrazioni avrebbero potuto mai ispirare?

Si dovette aspettare l’8 luglio del 1786, considerata la data di nascita dell’Alpinismo, per la conquista dei 4807 metri della vetta del Monte Bianco da parte di Michel Gabriel Paccard e Jacques Balmat, entrambi di Chamonix. Il nuovo interesse per le montagne da cui i due pionieri erano mossi era fortemente legato al gusto illuministico per una visione onnicomprensiva del mondo, diffuso dagli enciclopedisti: si pensò che esse potessero offrire risposte sulla genesi del nostro pianeta e che dalle loro cime fosse possibile osservare l’intrico delle valli e delle catene montuose per comprenderne l’origine. Fu con questo spirito che lo svizzero Horace-Bénedict de Saussure il 3 agosto 1787, a un anno dalla prima scalata di Paccard e Balmat di cui era stato promotore ed anche uno degli scalatori, conquistò la vetta del Monte Bianco e la raccontò nella Rélation abrégée d’un voyage à la cime du Mont-Blanc. La scalata in alta quota era avvenuta lontano dagli occhi di tutti e non vi era altro modo per farla conoscere che affidarla alla scrittura, che di fatto svelava ciò che era invisibile ai più.

Gli alpinisti di oggi hanno lasciato le Alpi per conquistare vette molto più alte, dal K2 all’Everest, dal Nanga Parbat all’Annapurna, dalla parete ovest del Changabang al Shisha Pangma, ma continuano il racconto iniziato dai loro predecessori alimentando la fascinazione per le più alte vette del mondo.

 

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